Recensione di Dear Esther: Landmark Edition -

Un'isola avvolta nel mistero


20 settembre 2016 - 13:08 - Scritta da: Alessandro Caluri

Qualche mese fa nelle librerie di Steam e in quelle della console si è registrata l'uscita di Everybody’s Gone To The Rapture, un gioco che ha molto affascinato la critica per la sua natura particolarmente equivoca. Una esplorazione nuda e cruda, un viaggio in una dimensione ormai perduta, vissuta attraverso frammenti e ricostruzioni reperibili lungo il cammino, condito da una grafica all'avanguardia. Forte di questa bella esperienza Curve Digital ha deciso di piazzare sul mercato un altro genere che molto deve proprio ad Everybody's Gone To The Rapture, ed alla cui realizzazione hanno partecipato anche i ragazzi della Chinese Room. Esatto, gli stessi sviluppatori del titolo a cui Dear Eshter sembra rifarsi molto.
Gli sviluppatori del gioco non cercano minimamente, ed a giusto avviso, di mascherare la somiglianza con l'ormai ben noto Everybody's Gone to the Rapture, tanto da considerare Dear Esther come un prequel spirituale dello stesso. La zona che ci troveremo a percorrere si mostrerà però da subito ben diversa da quella conosciuta nell'altro titolo, con una atmosfera anche differente che da subito richiama ad un senso di tristezza e di oscurità. Effettivamente, data la trama del gioco, l'atmosfera sembra davvero ben resa sin dal primo avvio del gioco.

Una atmosfera tagliente

Quando parliamo di Dear Esther si intende un gioco in prima persona che fa della esplorazione il suo punto di forza. Il gioco si mostra da subito nella sua vera essenza, dando davvero pochissimi elementi (se non nulli) per capire il perché veniamo catapultati su diDear Esther: Landmark Edition - Un'isola avvolta nel mistero un'isola apparentemente deserta. Una storia di fantasmi che viene dunque raccontata e fatta vivere incessantemente grazie alla scelta di sviluppare il gioco tralasciando la visuale a "terza persona", che avrebbe reso il tutto più impersonale. Dato il senso di vissuto che il gioco cerca di trasmettere al videogiocatore, oltre che di curiosità verso quello su cui i nostri occhi si posano, la scelta di rendere Dear Esther con visuale in prima persona è stata praticamente ovvia.
Ritornando al discorso "atmosfera", anche in questo caso il dualismo è praticamente chiamato. L'ambiente che ci ritroviamo a calpestare colpisce particolarmente, ed in positivo, in netto contrasto con invece gli elementi artificiali che lo popolano. Abbiamo dunque da un lato una natura quasi rigogliosa, con una vegetazione accentuata e inasprita unicamente da alcune vette di montagne che spuntano sullo sfondo, a fare quasi da cornice, dall'altra barili, libri sparsi a terra in maniera disordinata, e così via. Un contrasto voluto, che ci permette di immergerci ulteriormente all'interno delle dinamiche di gioco. È proprio l'atmosfera, e tutto l'ambiente circostante, che rappresenta i veri e propri indizi sulla storia del gioco, ampliati poi grazie ad una voce narrante ed all'utilizzo di sottotitoli che occupano la metà bassa dello schermo, a scorrimento. Non vi è la possibilità di rileggerli in un secondo momento, e questo penalizza molto chi, effettivamente, l'inglese non lo mastica poi benissimo.

Una grafica bella a metà

Dopo il dualismo a cui abbiamo fatto allusione per quanto concerne le scelte di scenario, questa volta ritorna in un aspetto in cui, invece, non sarebbe dovuto essere presente. La veste grafica convince solo per metà, Dear Esther: Landmark Edition - Un'isola avvolta nel misteroproprio perché la grafica è in grado di essere molto bella a primo sguardo, salvo poi mostrare i primi segni di indebolimento quando si va a zoomare determinati luoghi. Le texture sono squadrate, quasi come quelle presenti in giochi più affermati (leggasi Skyrim), dando una davvero brutta visione di sé stesse a distanza ravvicinata. Un elemento che, in Everybody's Gone to the Rapture non era minimamente presente, grazie ad una grafica in grado di spiazzare e non deludere in nessun frangente. Il fattore zoom non è neanche poco determinante, dato che praticamente ogni tasto del joypad finisce proprio per zoomare e far concentrare lo sguardo del misterioso personaggio sulle texture sfocate e squadrate. Il quadro di insieme, se visto senza zoom di sorta, appare invece molto bello ed intrigante, con strutture ed elementi artificiali (come il faro, o le navi) davvero ben realizzati.
Per quanto concerne invece il comparto audio esso torna nuovamente a splendere, con suoni all'altezza ed una colonna sonora davvero interessante, composta da Jessica Curry. Da questo punto di vista, infatti, ci sono soltanto pregi e davvero nessun difetto.

Stile di gioco

Come scritto in precedente Dear Esther è un gioco in prima persona basato sulla esplorazione, attraverso cui è possibile trovare indizi su chi siamo, su dove siamo ma soprattutto sul cosa sia successo in quell'isola totalmente priva di vita. Gli indizi però, a differenza di quel che forse si potrebbe immaginare, non sono elementi interni al gioco ma il gioco stesso. In altre parole, a differenza di Everybody's Gone to the Rapture dove si poteva ascoltare i dialoghi tra altre "persone" o comunque trovare frammenti di realtà tangibili, qua gli indizi fanno parte dell'ambiente stesso, e sono portati alla luce soltanto grazie alla voce narrante che ci svela qualche tassello in più su ciò che è successo. Niente quindi oggetti da trovare e cliccare, dato che tutto avviene in maniera pressoché automatica, senza colpo ferire.
I comandi di gioco sono oltretutto molto semplici, dal momento che Dear Esther non prevede alcun tipo d'azione, ma soltanto di esplorazione. Non è stato aggiunto un modo per correre, quindi l'andatura sarà la stessa per tutta la durata del gioco. Lenta, certo, ma in grado di farci godere a pieno quella atmosfera ambigua e tagliente in cui ci troviamo a vivere. Un modo particolarmente efficace per far sì che l'esplorazione avvenga in maniera oculata e senza lasciare niente al caso.

Commento Redattore

Essere il prequel, anche se spirituale, di un gioco come Everybody's Gone to the Rapture non è semplice. Le aspettative sono molte, e la difficoltà di seguire perfettamente le orme del predecessore sono evidenti. Curve Digital, in collaborazione con The Chinese Room, ha portato a termine questo compito con alternato successo. Graficamente il gioco ha perso moltissimo rispetto a Everybody's Gone to the Rapture, e lo si può vedere immediatamente non appena si zooma su qualche aspetto dell'ambiente, sia esso naturale o meno. Le texture sono davvero brutte a vedersi da vicino, anche se viste da lontano danno un effetto davvero molto intrigante. Solo che ogni tasto presente sul joypad porta a zoomare, quindi.. c'è poco da fare!. La trama riesce invece a catturare davvero molto, complice una narrazione all'altezza ben supportata da un comparto audio che supera sé stesso nella colonna sonora e nella realizzazione dei suoni ambientali. La lingua italiana non è supportata e l'inglese presente all'interno del gioco non è semplicissimo, complice lo scorrimento dei sottotitoli e la mancanza di una specie di registro che possa mantenerne traccia.
Dear Eshter è in definitiva un bel gioco, con una trama solida e dai contorni così fumosi da spingere la curiosità del videogiocatore a perlustrare ogni singolo angolo dell'ambiente dell'isola che man mano ci troveremo ad attraversare, rendendo le imperfezioni grafiche soltanto un piccolo segno negativo.

  • Trama solida ed avvincente

  • Ottimo livello di narrazione

  • Comparto audio all'altezza


  • Grafica imperfetta

  • Mancato salvataggio dei sottotitoli

7.7

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